Achilleide [ψ]
Fu un giorno di lutto, fu un giorno di gloria. Gemevano i Troiani, esultavano gli Achei. Fissavo il corpo di Ettore, imbrattato di polvere, con i capelli scuri scompigliati ed il volto, non più simile a quello di un dio, insanguinato e sporco di terra chiara. Si udivano lamenti di disperazione oltre le mura, acclamazioni di gioia presso le navi, mentre io tornavo sul carro, trascinando il principe dei Troiani, un grande guerriero, il braccio che portò via Patroclo, la causa della mia ira, un corpo esanime.
Per lui solo i cani, i corvi rapaci e la polvere. Lo lasciai come una carcassa, lo trascinai come un trofeo di guerra da esibire, come la preda dopo la caccia. Per lui dodici giorni al sole a marcire, la notte a consumarsi, livido, cadavere senza onore.
Ora h compiuto la mia promessa, ora addio, Patroclo.
Per lui un pira, la promessa del ricordo eterno, anche nell'Ade dove la memoria non ha dimora. Per lui commossi peana in una notte di stelle. Quella notte, guardavo il fuoco, lontano, levarsi al cielo srotolando nastri fumosi e scintille di luce, portati da Borea e da Zefiro su verso il manto della notte. Mi tagliai i capelli e guardai il mare, con malinconica certezza, con il destino limpido nel domani. Riposi la ciocca nel palmo di Patroclo, prima che il fuoco lo portasse con sé, divorandolo, laggiù dove presto arriverò anch'io.
Non tornerò.
Per tutta la notte mi trascinai attorno al rogo e piansi, come piange un padre che ha perduto il figlio. Quando la stella del mattino annunciò Eos ed il mare si tinse dei suoi colori dorati, fuggirono i venti e si spense la fiamma. Un altro giorno sorse, un'altra alba, prima della fine.