Achilleide [η]
E i Troiani arrivarono alle navi.
Io stavo a poppa, a guardare gli Achei valorosi soccombere sotto colpi furiosi, stremati per la battaglia, che infuriò quando Èos portò la luce ad immortali e mortali. Vidi Agamennone ferito, così anche Odisseo e persino il forte Diomede. Sangue nero usciva copioso da ferite profonde ed imbrattava la terra, mentre urla feroci si udivano oltre il cozzare del bronzo, grida di Achei e di Troiani. Pali aguzzi ed un fondo fossato, ecco cosa salva gli Achei!
Chiamai Patroclo, per mandarlo da Nestore e sapere così chi fosse il guerriero che stava portando in salvo. Quel giorno Patroclo era simile ad Ares, l'armatura baluginava alla luce del sole, nei suoi occhi si leggeva il desiderio di combattere, la voglia di dimostrare il suo coraggio.
Intanto, ancora gli Achei combattevano, mentre i Troiani guidati da Ettore illustre abbattevano il muro che proteggeva le navi e l'accampamento, piombando oltre i bastioni come lupi selvaggi. Volarono pietre come pioggia, attorno al muro s'alzò un fuoco terribile. In cielo volò un aquila, con un serpente rosso e sinuoso stretto tra gli artigli, guizzante allo spasmo, che riuscì a liberarsi dalla morsa del suo predatore. E cadde a terra, tra le schiere dei Troiani.
Poi soffiò un vento improvviso che alzò folate di polvere e sabbia: come leoni contro cinghiali combattevano i Troiani, assalendo il muro e i bastioni. Sembrava che Zeus figlio di Crono, là sulla vetta dell'Ida, guidasse i Troiani ignorando gli Achei. La mischia fu violenta, mai con tanta foga si era combattuto.
Patroclo tornò da me, piangendo tenere lacrime calde e sincere. Aveva pietà per gli Achei caduti, per l'abisso che ci stava inghiottendo tutti e piangeva per me, forse, perché non dimostravo alcun dolore, eppure morivo nel cuore. Mi chiese le armi, l'armatura e l'elmo per scendere in battaglia con i Mirmidoni, per destare paura nell'animo dei Troiani. Mi disse, con queste parole commosse:
“Tu sei implacabile, Achille! Non ti generò né tuo padre Peleo, né tua madre Teti, ma il mare splendente e le rocce scoscese tanto è duro il tuo cuore! Dammi le tue armi, lascia che vada a combattere tra gli Achei, così da spaventare i Troiani”
E così sia. Accettai, perché nella supplica di Patroclo vidi il dolore di molti riflesso nel mio, perché una sciagurata pietà insopprimibile mi balzò al cuore. Se solo Agamennone mi trattasse cortesemente! Patroclo, un respiro per gli Achei tutti, grazie al mio bronzo lucente. Alla fine i Troiani sono giunti alle navi ed il sangue scorre come torrenti copiosi: è giunto il momento.
E si vestì di bronzo lucente: infilò le belle gambiere, le cavigliere d'argento, la corazza ornata e stellata avvolse il petto, la spada di bronzo legò alla schiena, afferrò lo scudo grande e robusto ed indossò il mio elmo, con il suo pennacchio. Ma non prese la lancia di frassino, troppo pesante per le sue braccia. Era me, ma non lo era. Stava nel mio bronzo con sguardo torvo, pronto ad affrontare il nemico. Lo aiutai a vestirsi, con queste mani, in fretta, ma non come un guerriero, ma come un bambino che gioca alla guerra. Fuori, il fuoco distruttore era ormai giunto alle navi. I Mirmidoni intanto, scalpitavano, serravano le fila scudo a scudo, elmo ad elmo, in attesa di buttarsi tra le schiere avversarie come feroci leoni. Non pensavo al futuro, da cieco guardavo solo il presente.
Salì sul carro, trainato dai miei cavalli Xanto e Balio. Ma prima che partisse, fermai il carro e gli dissi, guardando i suoi occhi velati dietro l'elmo lucente:
“Cacciali dalle navi e poi torna indietro”
Io stavo a poppa, a guardare gli Achei valorosi soccombere sotto colpi furiosi, stremati per la battaglia, che infuriò quando Èos portò la luce ad immortali e mortali. Vidi Agamennone ferito, così anche Odisseo e persino il forte Diomede. Sangue nero usciva copioso da ferite profonde ed imbrattava la terra, mentre urla feroci si udivano oltre il cozzare del bronzo, grida di Achei e di Troiani. Pali aguzzi ed un fondo fossato, ecco cosa salva gli Achei!
Chiamai Patroclo, per mandarlo da Nestore e sapere così chi fosse il guerriero che stava portando in salvo. Quel giorno Patroclo era simile ad Ares, l'armatura baluginava alla luce del sole, nei suoi occhi si leggeva il desiderio di combattere, la voglia di dimostrare il suo coraggio.
Intanto, ancora gli Achei combattevano, mentre i Troiani guidati da Ettore illustre abbattevano il muro che proteggeva le navi e l'accampamento, piombando oltre i bastioni come lupi selvaggi. Volarono pietre come pioggia, attorno al muro s'alzò un fuoco terribile. In cielo volò un aquila, con un serpente rosso e sinuoso stretto tra gli artigli, guizzante allo spasmo, che riuscì a liberarsi dalla morsa del suo predatore. E cadde a terra, tra le schiere dei Troiani.
Poi soffiò un vento improvviso che alzò folate di polvere e sabbia: come leoni contro cinghiali combattevano i Troiani, assalendo il muro e i bastioni. Sembrava che Zeus figlio di Crono, là sulla vetta dell'Ida, guidasse i Troiani ignorando gli Achei. La mischia fu violenta, mai con tanta foga si era combattuto.
Patroclo tornò da me, piangendo tenere lacrime calde e sincere. Aveva pietà per gli Achei caduti, per l'abisso che ci stava inghiottendo tutti e piangeva per me, forse, perché non dimostravo alcun dolore, eppure morivo nel cuore. Mi chiese le armi, l'armatura e l'elmo per scendere in battaglia con i Mirmidoni, per destare paura nell'animo dei Troiani. Mi disse, con queste parole commosse:
“Tu sei implacabile, Achille! Non ti generò né tuo padre Peleo, né tua madre Teti, ma il mare splendente e le rocce scoscese tanto è duro il tuo cuore! Dammi le tue armi, lascia che vada a combattere tra gli Achei, così da spaventare i Troiani”
E così sia. Accettai, perché nella supplica di Patroclo vidi il dolore di molti riflesso nel mio, perché una sciagurata pietà insopprimibile mi balzò al cuore. Se solo Agamennone mi trattasse cortesemente! Patroclo, un respiro per gli Achei tutti, grazie al mio bronzo lucente. Alla fine i Troiani sono giunti alle navi ed il sangue scorre come torrenti copiosi: è giunto il momento.
E si vestì di bronzo lucente: infilò le belle gambiere, le cavigliere d'argento, la corazza ornata e stellata avvolse il petto, la spada di bronzo legò alla schiena, afferrò lo scudo grande e robusto ed indossò il mio elmo, con il suo pennacchio. Ma non prese la lancia di frassino, troppo pesante per le sue braccia. Era me, ma non lo era. Stava nel mio bronzo con sguardo torvo, pronto ad affrontare il nemico. Lo aiutai a vestirsi, con queste mani, in fretta, ma non come un guerriero, ma come un bambino che gioca alla guerra. Fuori, il fuoco distruttore era ormai giunto alle navi. I Mirmidoni intanto, scalpitavano, serravano le fila scudo a scudo, elmo ad elmo, in attesa di buttarsi tra le schiere avversarie come feroci leoni. Non pensavo al futuro, da cieco guardavo solo il presente.
Salì sul carro, trainato dai miei cavalli Xanto e Balio. Ma prima che partisse, fermai il carro e gli dissi, guardando i suoi occhi velati dietro l'elmo lucente:
“Cacciali dalle navi e poi torna indietro”