A PLAZA OF MY OWN

Writing is making sense of life. You work your whole life and perhaps you've made sense of only one small area.

Nadine Gordimer

venerdì 16 marzo 2007

Achilleide [θ]

I Mirmidoni si gettarono sulle schiere nemiche come tante vespe dall'animo intrepido, pronte a difendere i propri nidi. Patroclo infuse in tutti il terrore, spegnendo il fuoco fiammeggiante che bruciava le navi, uccidendo molti avversari, sfondando gli scudi di bronzo e aprendo elmi dall'alto cimiero. Ma i Troiani non indietreggiarono. Rimasero compatti ed impavidi a combattere, l'uno accanto all'altro, anche se gli Achei li spingevano, per allontanarli, per cacciarli dalle navi, con ritrovato coraggio. Così Menelao e Aiace lottarono come leoni. Ma solo di uno mi preoccupavo.
Pensate che le mie parole abbiano convinto Patroclo? Sciocchi. Anch'io, in cuor mio, sapevo che non mi avrebbe ascoltato. E dunque è questo il mio potere? E' questo il valoroso Achille che celebrate, l'irascibile guerriero che stermina Troiani e lascia orfani figli e mogli vedove? Eppure, questo Achille non riesce neppure ad impedire ai propri cari di correre contro il nero destino di morte!
Non sono riuscito a fermarlo e lui è corso via. Ha inseguito Troiani e Lici, il veloce carro di Ettore che fuggiva dallo scontro. Arrivò fin sotto le mura di Troia, ma per tre volte fu fermato certo da Apollo, che soccorse i Troiani e salì sull'alto muro, respingendolo. Ettore rimaneva fuori dalle porte Scee, a guardare, dietro il suo elmo dall'alto cimiero. I cavalli nitrirono ed il carro partì, guidati da Ettore verso le fila avversarie, verso Patroclo.
Achei e Troiani presero a combattere con gran foga e si udì forte clangore di spade e rimbombo di bronzo. Con impeto, pari a quello di Euro e Noto quando squassano le fronde delle querce e dei frassini, i due eserciti lottarono, non pensando alla fuga. Patroclo uccise nove uomini e poi si lanciò contro Ettore.
Ed io vidi l'inizio della fine.
Patroclo nella mischia fu colpito da Euforbo alla schiena e, per volere divino, divenne debole e pavido. Cercò di andarsene, allontanandosi. Ma arrivò Ettore, che lo ferì con il bronzo acuto e lo passò da parte a parte. Poi lo finì, passandolo con la lancia. Si vantò, per aver ucciso un ferito.
Antiloco venne al campo, a dirmi quel che in cuor mio sentivo, ma che mai avrei voluto ascoltare. Non vi spiegherò l'affetto che ci legava, perché non capireste, perché non lo avete mai capito e perché le mie parole non basterebbero.
Mi rovesciai sul capo la polvere arsa e i miei biondi capelli divennero cinerei e sporchi, così come il mio viso e il mio corpo. Me ne andai dal campo, verso il mare blu come il cielo di notte e caddi con le ginocchia sulla sabbia, in mezzo alle onde che s'infrangevano a riva. Urlai, fino a non aver più fiato. Strinsi i pugni, fino a sentire le unghie penetrare nella carne. Volevo che tutti sentissero il mio dolore, che il cielo così come il mare fosse scosso dal mio grido disperato. Volevo che le onde smettessero di scrosciare, per ascoltare, che Borea si placasse, per far tacere il suo soffio, e tutto si fermasse per sempre. Io l'ho rovinato! Non l'ho difeso, eppure ero qui. Non ho difeso i miei compagni, eppure ero qui. A quale scopo, se mai tornerò in patria! A quale scopo, se poi tutti saremo cenere scura sparsa dal soffio di Zefiro?
Per questo, per il destino infausto e l'ira degli uomini, per la guerra che porta gloria e dolore, sangue e lacrime, ora giace Patroclo immobile, sporco di sangue rappreso e polvere sozza sul campo, morto. E sono morto anch'io.

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